Draghi, vertice su misure e nuove chiusure per le varianti. E vede Salvini: «Abbassare i toni»

Troppi contagi, troppi morti. Con la variante inglese che a metà marzo sarà predominante in tutta l’Italia, Mario Draghi sceglie di continuare sulla linea della massima cautela. Nessuna riapertura, non ancora. Gli scienziati saliti a Palazzo Chigi hanno portato dati e tabelle per nulla incoraggianti e il presidente del Consiglio, che pure non è sordo alle pressioni politiche di chi invoca l’allentamento dei divieti, intende muoversi sulla base dei numeri e della curva del virus.

Il dossier dell’emergenza Covid è quello che più lo impegna in queste ore, sul fronte del merito e su quello del metodo. Il 5 marzo scade il Dpcm firmato da Giuseppe Conte e l’ex presidente della Bce è al lavoro sul nuovo provvedimento, che manterrà la divisione in zone colorate, ma introdurrà correttivi per restringere o allargare a seconda delle zone. Draghi avrebbe voluto un decreto, per marcare la discontinuità e soprattutto per lasciare più spazio al Parlamento. Ma i tempi sono stretti, il presidente vuole che gli italiani siano informati con anticipo e così per questa volta potrebbe arrendersi allo strumento del Dpcm. «I cittadini non sono sudditi — ha ammonito Draghi, determinato a firmare entro il fine settimana —. Le decisioni non possono essere calate dall’alto all’ultimo minuto, la gente deve avere il tempo di informarsi e organizzarsi». Parole che Franceschini e Speranza hanno rilanciato a stretto giro. Draghi insomma accelera, ma vuole che le Camere abbiano il tempo di esprimersi. E così oggi il ministro della Salute sarà a Palazzo Madama e poi a Montecitorio per spiegare lo scenario in cui stanno maturando le decisioni del governo. «La variante produce difficoltà crescenti — dirà in sostanza il ministro — C’è un elemento di recrudescenza diffuso, gli scienziati ci chiedono di chiudere».

Lasciando Palazzo Chigi dopo il vertice con i ministri Speranza, Franco, Patuanelli, Giorgetti, Franceschini, Gelmini e Bonetti, il coordinatore del Cts Miozzo ha provato a tranquillizzare: «Non abbiamo descritto una situazione di catastrofe imminente». Ma Locatelli e Brusaferro non hanno nascosto quanto gli scienziati del comitato siano «spaventati dall’aggravarsi della situazione nelle terapie intensive». In questo quadro di nuovo drammatico, con la terza ondata che ha preso in pieno Brescia e non solo, Speranza invita a muoversi «nel solco della linea europea, che non è certo riaprire tutto». Il ministro lo ha ripetuto nel vertice della cabina di regia politica con Draghi, al quale gli esponenti dei partiti sono arrivati con posizioni anche opposte, divisi tra rigoristi e aperturisti. Una spaccatura che ha innescato qualche momento di tensione.

Da una parte il centrodestra, che ha chiesto «grande attenzione all’economia» e ha visto saldarsi l’asse tra il ministro leghista dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti e Mariastella Gelmini, la responsabile forzista degli Affari regionali. Dall’altra Speranza e Dario Franceschini, il quale vorrebbe riaccendere al più presto le luci di cinema e teatri perché «i rischi sono dove non si indossa la mascherina», ma è contrario a riaprire i ristoranti la sera come chiede Matteo Salvini. Raccontano che gli accenti da campagna elettorale del leader leghista abbiano spiazzato anche il suo vice Giorgetti. Mario Draghi, che chiede ai partiti sobrietà ed equilibrio, ieri si è chiuso mezz’ora a Palazzo Chigi con il leader della Lega e, faccia a faccia, gli ha suggerito prudenza e lo ha invitato ad abbassare i toni. La moral suasion ha funzionato, perché Salvini ha cambiato registro e il premier pare abbia apprezzato. Di Covid e vaccini Draghi ha parlato anche nella videocall con i vertici europei Von der Leyen, Merkel, Michel, Costa e Mitsotakis, per coordinarsi in vista del Consiglio Ue di giovedì e venerdì. «Nessuno si salva da solo», è stato il messaggio del premier italiano.

24 febbraio 2021 (modifica il 24 febbraio 2021 | 00:01)

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